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Piangere fa bene

Un dolore fisico o emotivo, spesso è il RILASCIO di un qualche processo di riparazione che sta avvenendo in noi.

Stoppare quella manifestazione significa interrompere un processo di autoguarigione in atto. Esattamente come fermare bruscamente una febbre di qualche linea senza altri sintomi gravi significa bloccare un processo fisiologico di autoguarigione contro le infezioni (infatti la febbre come tutti sanno aumenta la produzione di globuli bianchi).

Ad esempio, avrai sicuramente fatto esperienza, almeno qualche volta, di come sia sgradevole che qualcuno cerchi di interromperti mentre stai piangendo. Se ti ascolti in profondità, mentre piangi sai di aver bisogno di piangere, e non certo che qualcuno ti parli o ti porti motivazioni per farti smettere di piangere. Interrompere un pianto è un atto di violenza, assurdo ed egoista, anche se per lo più celato dietro le migliori intenzioni. Ho osservato questo meccanismo soprattutto negli adulti verso i neonati e i bambini piccoli, i quali, non ancora corazzati, sanno esprimersi liberamente e senza i blocchi dell’adulto, e perciò piangono spesso (se viene loro concesso).

Fermare il pianto nel bambino (così come ignorarlo) può provocare conseguenze gravi nella formazione del suo carattere. Significa insegnargli a tenere dentro le proprie emozioni, a non esprimersi, a camuffare il proprio sentire; significa trasmettergli che gli altri non lo capiscono, che non lo accettano quando soffre, e quindi che non vale neanche la pena di provare a chiedere aiuto. Da grande diventerà un adulto che farà lo stesso con i suoi bambini e con gli altri adulti: un adulto incapace di piangere, mascherato dietro una corazza di invincibilità considererà la sofferenza e la fragilità umana non come risorse quali sono, ma come vergogna da nascondere…

E tu, quant’è che non piangi?

La Bioenergetica insegna come il pianto, quello vero, quello che muove la pancia, libera tensioni profonde che nessun tipo di massaggio o manipolazione è in grado di liberare. Se il pianto è autentico ti senti infatti sempre meglio dopo aver pianto.

Quando una persona soffre solitamente si tende a mettere in atto tutta una serie di azioni e comportamenti che hanno come comun denominatore il cercare d far cessare nell’altro quello stato di sofferenza. Si cercherà di volta in volta di consolare, consigliare, giustificare, minimizzare, distrarre… Cosa c’è di male in tutto ciò? Ti chiederai… Andiamo più in profondità. Prova a chiederti: sono davvero queste le strategie più efficaci che posso adottare per aiutare l’altro? La risposta arriva rispondendo a un’altra domanda fondamentale, e cioè:  sono capace di reggere la  sofferenza dell’altro? E quando è arrabbiato o triste sono capace di reggere la sua rabbia e la sua tristezza? Sono capace di stare con il suo dolore? Permettergli di esprimerlo pienamente?

Puoi accogliere il dolore dell’altro se accogli in primis il tuo

Naturalmente tu puoi accogliere e accettare il dolore dell’altro se in primis accogli quello che giace dentro di te, se ti dai il permesso di sentirlo, di accoglierlo, di esprimerlo, ad esempio piangendo. Se fai fatica a stare con il tuo dolore, che sia fisico, psicologico o emotivo, tenderai a rifiutare il dolore degli altri. 

Il più delle volte quando tenti di alleviare le sofferenze altrui ti senti mosso da spirito altruistico e ti convinci di stare facendo una cosa buona e giusta. La prossima volta che vivi una situazione simile prova a chiederti: perchè voglio che l’altro smetta di soffrire? Qual è la mia credenza riguardo alla sofferenza? Voglio che l’altro smetta di soffrire davvero per sè o perchè IO non reggo la sua sofferenza?

Il più delle volte scoprirai che stai cercando di togliere te stesso dal tuo stesso dolore, che il dolore altrui semplicemente evoca e attiva dentro di te.  Se per te il dolore dell’altro è insopportabile e desideri fortemente che cessi, prima di tutto LAVORA SUL TUO DOLORE INTERIORE, sciogli i nodi di sofferenza che albergano IN TE. Solo una volta risolte e accettate le tue ombre, potrai aiutare l’altro a illuminare le sue.

Il più grande aiuto è rimanere presenti

Cosa vuol dire reggere la sofferenza altrui? Senz’altro non vuol dire sopportare, al contrario vuol dire accettare, contenere, sostenere, accogliere. Vediamo le differenze.

Quando sopporto  in me non c’è accoglienza. Mentre scelgo di non esternare ciò che provo, mi controllo, mi trattengo, dentro di me c’è un conflitto, un disagio, un rifiuto. Senz’altro questo è uno stadio migliore rispetto a un rifiuto esplicito, ma non è una modalità risolutiva e ottimale.

Quando accolgo qualcuno che soffre in me c’è compassione. La compassione può affiorare quando sono in grado di rimanere presente, accettare ciò che quella persona sta vivendo senza null’altro volere da lei. Può sembrare “poco” ma nella mia esperienza è l’azione definitiva, totale, assoluta che nella sua purezza e potenza può sostenere davvero la sofferenza altrui  e restituire all’altro tutti i preziosi doni e messaggi che sempre la sofferenza, se vissuta e sentita, porta  in sè.

Quando dai attenzione da uno stato di presenza,  l’altro si sente capito, accolto, amato; risposte e soluzioni arrivano da sè e da lui.

Chi fa soffrire chi?

Se non permetti all’altro di vivere il dolore lo privi della straordinaria opportunità di comprendere le lezioni e gli insegnamenti che il dolore porta con sè. Allo stesso modo tradisci te stesso se tenti di sfuggire in continuazione, distraendoti, riempiendoti di impegni, cercando sempre qualcosa da fare o qualcuno con cui parlare, mangiando, bevendo, perfino lo sport può essere una fuga.

Un’altra motivazione comune che ci spinge a fare di tutto per eliminare il dolore nell’altro è il SENSO DI COLPA. Tu credi che l’altro soffra per colpa tua. Quindi cerchi di farlo smettere di soffrire per alleviare il tuo senso di colpa. Quante credenze errate! Sappi che tu non puoi essere in nessun caso la CAUSA della sofferenza altrui. Casomai potresti essere lo stimolo esterno che attiva la sofferenza nell’altra persona, ma la causa di ogni sofferenza, come insegna la millenaria tradizione buddista, è sempre dentro di sè.

Ogni reazione è personale, non può dipendere da nessun altro se non da sè, dalla propria personale interpretazione delle cose, dalla propria visione della realtà, delle relazioni, del mondo.

Darsi il permesso di esprimere le proprie emozioni, anche quelle più “negative”, concedersi di piangere, di urlare, permettere al corpo di manifestare il dolore attraverso i sintomi, tutto ciò significa essere VIVI e agevolare il fisiologico processo di integrazione dell’ombra e risoluzione dei conflitti che costantemente deve avvenire affinché il nostro sistema corpo-mente rimanga in quell’equilibrio dinamico chiamato SALUTE.

Franca Soavi

 

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